Campi Flegrei – Il terremoto Md 4.7 del 31 luglio e lo sciame sismico che hanno scosso la Caldera flegrea: una nuova foto della sismicità
di Anna Tramelli, Xing Tan, Aldo Benincasa, Gregory C. Beroza, William L. Ellsworth, Roberta Esposito, Danilo Galluzzo, Sergio Gammaldi, Domenico Lo Bascio, Roberto Manzo, Warner Marzocchi, Mauro Papaccio, Patrizia Ricciolino, Lucia Pappalardo, Stefano Branca, Fabio Florindo
Dalle 19:46 del 31 luglio 2026, un intenso sciame sismico ha interessato la caldera dei Campi Flegrei. La sequenza è proseguita per poco meno di due giorni e il personale in turno 24 h nella sala di monitoraggio dell’Osservatorio Vesuviano dell’INGV ha identificato preliminarmente oltre 400 terremoti (Figura 1).

Figura 1 – Terremoti registrati ai Campi Flegrei tra le 17:26 UTC del 31 luglio 2026 e le 12:00 del 2 agosto 2026, identificati e localizzati dal personale in turno nella sala di monitoraggio dell’INGV – Osservatorio Vesuviano e in fase di revisione dal Laboratorio sismico. La dimensione dei cerchi è proporzionale alla magnitudo del terremoto e il colore indica il tempo di occorrenza secondo la palette riportata nel pannello in basso. I pannelli laterale ed inferiore mostrano le due proiezioni verticali N-S ed E-W.
Ad aprire lo sciame è stato l’evento più energetico mai registrato ai Campi Flegrei da quando esiste una rete di monitoraggio sismico (inizio degli anni ‘70): un terremoto di magnitudo durata Md 4.7 e magnitudo momento Mw 4.4.
L’ipocentro del terremoto è stato localizzato al di sotto del cratere della Solfatara, a una profondità di circa 2.4 km. Con questo evento, il numero complessivo di terremoti con magnitudo Md maggiore o uguale a 4.0 registrati nell’area dei Campi Flegrei dall’inizio dell’attuale crisi, iniziata nel 2005, sale a 11. Tali eventi si concentrano nel periodo più recente della crisi bradisismica in corso, evidenziando l’incremento dell’energia sismica rilasciata negli ultimi tre anni.
La caldera dei Campi Flegrei è nota per il fenomeno del bradisismo, il lento movimento del suolo caratterizzato dall’alternanza di fasi di abbassamento e di sollevamento. Come è noto, ai Campi Flegrei le fasi di sollevamento sono generalmente accompagnate da un aumento della sismicità, concentrata prevalentemente all’interno della caldera. La fase bradisismica in corso si inserisce in una successione di precedenti episodi di sollevamento che hanno portato, a partire dal 1950, la parte centrale dei Campi Flegrei a un innalzamento del suolo di oltre quattro metri ad oggi, attraverso l’alternarsi di periodi di sollevamento e abbassamento. Il bradisismo, tuttavia, non è una peculiarità esclusiva dei Campi Flegrei. Movimenti del suolo vengono osservati anche in altre grandi caldere vulcaniche del mondo, tra cui Yellowstone, negli Stati Uniti.
Per comprendere il comportamento dei Campi Flegrei è necessario considerare la sua complessa storia geologica. La struttura attuale della caldera è caratterizzata da un’ampia depressione formatasi a seguito di almeno due importanti collassi calderici, associati a grandi eruzioni: l’Ignimbrite Campana (circa 40000 anni fa) e il Tufo Giallo Napoletano (circa 15000 anni fa). Durante eventi di questo tipo, l’emissione di grandi quantità di magma può determinare il collasso e il conseguente abbassamento di ampie porzioni della superficie. All’interno della depressione calderica, con un diametro di circa 15 km, si sono successivamente verificate numerose altre eruzioni, che hanno progressivamente modellato la topografia che osserviamo oggi.
Lo sciame sismico iniziato il 31 luglio ha interessato proprio la parte centrale della caldera, attivando sistemi di faglie già coinvolte nella crisi bradisismica in corso. Sono rimaste invece escluse le principali strutture presenti nel settore sommerso della caldera.
L’intelligenza artificiale nel riconoscimento dei terremoti dei Campi Flegrei
Grazie all’impiego di algoritmi di intelligenza artificiale è stato possibile riesaminare tutte le forme d’onda registrate dalla rete sismica dell’INGV – Osservatorio Vesuviano e dalla rete accelerometrica nazionale RAN, individuando anche eventi così piccoli da non essere facilmente riconoscibili attraverso l’ispezione visiva delle tracce. Gli algoritmi sono stati addestrati a riconoscere la sismicità caratteristica dei Campi Flegrei utilizzando come riferimento il catalogo sismico compilato quotidianamente dagli operatori del Laboratorio Sismico dell’INGV – Osservatorio Vesuviano. Questi algoritmi sono stati sviluppati nell’ambito di una collaborazione tra l’INGV-Osservatorio Vesuviano, l’Università di Stanford e l’Università Federico II di Napoli e hanno permesso di riconoscere e localizzare oltre 50000 terremoti registrati tra il 2022 e il 2025 nella caldera dei Campi Flegrei.
Il risultato migliora significativamente la risoluzione con cui è possibile osservare lo sciame: tra il 31 luglio e il 2 agosto gli algoritmi hanno identificato e localizzato oltre 1000 terremoti rispetto ai circa 450 rilevati e analizzati preliminarmente.
Il sistema basato sull’intelligenza artificiale, sviluppato a partire dai dati del catalogo sismico dell’INGV – Osservatorio Vesuviano, è oggi in fase di sperimentazione nella Sala di monitoraggio dell’INGV – OV. L’obiettivo è valutarne l’efficacia come strumento di supporto per analizzare la sismicità in tempo reale o quasi reale, riuscendo a individuare e caratterizzare anche eventi di magnitudo molto bassa. Una volta conclusa la fase di test, questo strumento affiancherà il personale in turno e il Laboratorio di Sismologia, aiutandoli a individuare più rapidamente l’attività sismica ai Campi Flegrei, compresi gli eventi di magnitudo molto bassa. Questo permetterà di correlare rapidamente queste informazioni con gli altri parametri monitorati. L’approccio multiparametrico può infatti consentire di individuare tempestivamente eventuali variazioni nella dinamica del sistema vulcanico, inclusi possibili segnali associati a movimenti di magma, fin dalle loro primissime manifestazioni rilevabili.
L’intelligenza artificiale applicata allo studio dello sciame sismico del 31 luglio – 2 agosto 2026
La figura 2 e il video mostrano la distribuzione spaziale dei terremoti avvenuti nel corso dello sciame. In grigio sono riportati i terremoti utilizzati come eventi di riferimento: si tratta degli eventi meglio localizzati registrati tra il 2022 e il 2025. La loro distribuzione permette di riconoscere le principali aree che si sono attivate sismicamente nel corso dell’attuale fase di unrest e di confrontarle con quelle interessate dallo sciame iniziato il 31 luglio. I pannelli laterale e inferiore mostrano invece le proiezioni verticali della sismicità e consentono di ricostruire la distribuzione degli ipocentri in profondità.

Figura 2 – Terremoti registrati ai Campi Flegrei tra le 17:46 UTC del 31 luglio 2026 e le 12:00 del 2 agosto 2026 identificati grazie all’algoritmo di Intelligenza Artificiale descritto in Tan et al. (2025). La dimensione dei cerchi è proporzionale alla magnitudo del terremoto e il colore indica il tempo di occorrenza dell’evento contato a partire dalle 17:44 del 31/07/2026, secondo la palette riportata nel pannello in basso. I pannelli laterale ed inferiore mostrano le due proiezioni verticali. In grigio sono riportati i terremoti registrati tra il 2022 e il 2025 e meglio localizzati in modo da evidenziare le aree che si sono attivate durante l’attuale unrest.
L’immagine evidenzia come durante lo sciame si sia attivato gran parte del settore centrale della caldera, coinvolgendo strutture già interessate dalla sismicità degli ultimi anni. La sequenza è iniziata con il terremoto Md = 4.7, localizzato sotto la Solfatara a circa 2.4 km di profondità. Successivamente, la sismicità si è spostata verso sud-ovest, diventando mediamente più superficiale, con ipocentri concentrati prevalentemente tra 1 e 2 km di profondità. Nell’area a ovest del porto di Pozzuoli si è verificato il terremoto Md = 3.8, il secondo evento più energetico dell’intero sciame. Lo sciame si è concluso con eventi che hanno generalmente interessato l’area del duomo lavico di Monte Olibano, localizzati a profondità inferiori a un chilometro.
Questo sciame mostra una caratteristica tipica dei terremoti dei Campi Flegrei: la superficialità degli ipocentri. Tutti i terremoti analizzati sono infatti localizzati nei primi 3 km della crosta. Proprio questa superficialità contribuisce a spiegare perché lo scuotimento sismico possa risultare particolarmente intenso nell’area epicentrale, pur attenuandosi rapidamente con l’aumentare della distanza. È un comportamento caratteristico della sismicità di molte aree vulcaniche: terremoti anche di magnitudo moderata, quando avvengono a profondità molto ridotte, possono produrre accelerazioni e scuotimenti significativi nelle zone immediatamente sovrastanti l’ipocentro.
I meccanismi focali degli eventi a più alta energia dello sciame sismico.
L’analisi delle forme d’onda sismiche ha permesso di determinare anche i meccanismi focali dei due eventi più energetici dello sciame. Il meccanismo focale di un terremoto fornisce un’indicazione sul tipo di movimento avvenuto lungo la faglia che ha generato il terremoto.
Il terremoto Md = 4.7 delle 17:46 UTC del 31 luglio presenta un meccanismo focale indicativo di un regime deformativo di tipo estensionale. L’orientazione del piano di faglia è compatibile con quella osservata per altri terremoti registrati nello stesso settore della caldera (Figura 3).

Figura 3 – Rappresentazione del meccanismo focale del terremoto registrato ai Campi Flegrei il 31 luglio 2026 alle 17:46 UTC, con magnitudo Md = 4.7. Questo tipo di rappresentazione è detta “beach ball” e mostra, in modo semplificato, l’orientazione della faglia e il tipo di movimento che ha generato il terremoto. Poiché la localizzazione dell’evento è affetta da incertezza, sono stati calcolati diversi possibili meccanismi focali. Nell’immagine è mostrata la sovrapposizione di tutte le soluzioni ottenute. Tutte le soluzioni indicano un meccanismo prevalentemente estensivo, con un piano di faglia orientato generalmente NE–SW. Il piano presenta un’inclinazione elevata rispetto all’orizzontale, circa 40° – 60°. È inoltre presente una componente di spostamento laterale.
Anche il terremoto Md = 3.8, avvenuto alle 20:00 UTC del 31 luglio, mostra un meccanismo simile (Figura 4). In questo caso, tuttavia, l’orientazione del piano di faglia risulta approssimativamente ortogonale rispetto a quella dell’evento Md = 4.7. La soluzione è simile a quella ottenuta per il terremoto Md = 4.4 registrato nella stessa area il 13 maggio 2025. Questo suggerisce la riattivazione di strutture già coinvolte nella sismicità recente della caldera.

Figura 4 – Rappresentazione, tramite beach ball, del meccanismo focale del terremoto registrato ai Campi Flegrei il 31 luglio 2026 alle 20:00 UTC, con magnitudo Md = 3.8. La beach ball rappresenta in modo semplificato il tipo di movimento lungo la faglia che ha generato il terremoto. Poiché la localizzazione dell’evento è affetta da incertezza, sono stati calcolati diversi possibili meccanismi focali. Nell’immagine è mostrata la sovrapposizione di tutte le soluzioni ottenute. La soluzione sovrapposta mostra una buona stabilità del meccanismo focale: l’incertezza riguarda principalmente una moderata variazione dell’orientazione del piano di faglia e non un cambiamento sostanziale del tipo di meccanismo. Il meccanismo mostra una forte componente di spostamento laterale, con una direzione NW-SE.
Nel corso dello sciame sono stati registrati altri quattro terremoti con Md > 3. Due si sono verificati poco a sud dell’ipocentro dell’evento Md = 4.7, un altro molto vicino alla zona interessata dal terremoto Md = 3.8 e un quarto in prossimità dell’Accademia Aeronautica di Pozzuoli. Quest’ultimo evento è stato localizzato a una profondità di appena 200 metri. Le sue forme d’onda mostrano una marcata componente a bassa frequenza (oscillazioni lente) e un’elevata risonanza (oscillazioni che persistono più a lungo).
Queste caratteristiche sono probabilmente influenzate dall’estrema superficialità dell’ipocentro, dalla ridotta distanza dell’epicentro dalle stazioni sismiche che per prime hanno registrato l’evento e dalle proprietà del mezzo roccioso attraversato dalle onde. Segnali con caratteristiche analoghe sono stati osservati anche per altri terremoti avvenuti nella stessa area. La loro particolare forma d’onda è legata alla presenza di fluidi idrotermali e alla forte eterogeneità che caratterizza la porzione più superficiale della crosta dei Campi Flegrei.
In conclusione, lo sciame del 31 luglio – 2 agosto offre una fotografia ad altissima risoluzione della sismicità della caldera: oltre 1000 piccoli e grandi terremoti che, analizzati nel loro insieme, permettono di seguire nello spazio e nel tempo l’attivazione delle strutture più superficiali dei Campi Flegrei e di confrontarla con quella osservata durante gli anni dell’attuale fase di unrest. Tutti i terremoti identificati durante questo sciame sono stati localizzati nella zona centrale della caldera su strutture che si erano già attivate durante la fase attuale di unrest; sono rimaste invece escluse da questa sequenza le faglie nel settore sommerso della caldera.
Bibliografia
Del Gaudio, Carlo, Ida Aquino, Giuseppe P. Ricciardi, Ciro Ricco, and Roberto Scandone. “Unrest episodes at Campi Flegrei: A reconstruction of vertical ground movements during 1905–2009.” Journal of Volcanology and Geothermal Research 195, no. 1 (2010): 48-56.
Pappalardo, Lucia, Luisa Ottolini, and Giuseppe Mastrolorenzo. “The Campanian Ignimbrite (southern Italy) geochemical zoning: insight on the generation of a super-eruption from catastrophic differentiation and fast withdrawal.” Contributions to Mineralogy and Petrology 156, no. 1 (2008): 1-26.
Tan, Xing, Anna Tramelli, Sergio Gammaldi, Gregory C. Beroza, William L. Ellsworth, and Warner Marzocchi. “A clearer view of the current phase of unrest at Campi Flegrei caldera.” Science 390, no. 6768 (2025): 70-75.
Il terremoto di magnitudo Md 4.7 del 31 luglio 2026: cosa ci racconta la rete accelerometrica urbana dei Campi Flegrei
di Domenico Patanè, Claudio Martino e Giuseppe Occhipinti
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Questo articolo prova a rispondere ad alcune delle tante domande che in questi giorni la comunità che abita e vive nell’area flegrea si pone: che impatto ha il ripetersi di terremoti sulle nostre case? Cosa può fare la tecnologia per valutare velocemente i danni prodotti da un evento come quello del 31 luglio scorso e come può aiutarci a capire quali manufatti sono più esposti ai danni da terremoto? L’INGV, in questo senso, ha messo in campo tecnologia e conoscenze scientifiche che permettono di dare alcune semplici risposte a problemi complessi. Una delle risposte è resa possibile dai dati acquisiti dalla rete accelerometrica urbana dei Campi Flegrei.
L’articolo è strutturato in una prima parte generale, una seconda parte più tecnica e di approfondimento e nelle considerazioni conclusive.
La rete delle stazioni accelerometriche
A partire dal 2024, il Centro di Monitoraggio Sismico Urbano e delle Infrastrutture (CMSU) dell’INGV ha contribuito al potenziamento della rete delle stazioni accelerometriche dell’Osservatorio Vesuviano (strumenti che registrano l’accelerazione del suolo anziché, come i normali sismografi, la sua velocità).
Questa rete è capace non solo di registrare i terremoti, ma anche di osservare in tempo reale come il territorio, gli edifici e le infrastrutture rispondono allo scuotimento sismico.
Oggi la rete accelerometrica dei Campi Flegrei integra i dati acquisiti dalle stazioni dell’Osservatorio Vesuviano, del CMSU e della Rete Accelerometrica Nazionale del Dipartimento Nazionale di Protezione Civile, fornendo una copertura osservativa tra le più dense disponibili per un’area vulcanica attiva (Figura 1). A questa rete territoriale si affiancano alcune installazioni sperimentali del CMSU all’interno di edifici rappresentativi del patrimonio edilizio dell’area flegrea, con sensori collocati sia al piano terra sia ai piani superiori.
Questa configurazione consente di misurare sia il moto del terreno che il modo in cui case e infrastrutture rispondono ai movimenti del suolo. È così possibile misurare direttamente gli effetti di amplificazione locale del moto, legati alle caratteristiche geologiche del sito, e analizzare come “vibrano” le strutture. Queste informazioni costituiscono una base fondamentale per comprendere il comportamento degli edifici durante i terremoti e per sviluppare sistemi sempre più efficaci di monitoraggio dello stato di salute delle strutture e di prevenzione del rischio sismico. Infatti, anche in uno stesso luogo, edifici con caratteristiche diverse possono rispondere alle sollecitazioni di un terremoto in modo diverso e questa differenza può produrre una diversa distribuzione del danno.
Gli edifici pilota
Gli edifici pilota evidenziati nella figura 1 sono oggetto di una sperimentazione che prevede l’impiego di un numero limitato di punti di misura (in genere 2-3) e sensori accelerometrici di nuova generazione, capaci di registrare con elevata sensibilità e bassissimo rumore intrinseco le tre componenti del moto (ossia gli spostamenti del suolo in direzione nord-sud, est-ovest e verticale).
La strumentazione è generalmente collocata sia al piano terra sia all’ultimo piano, permettendo di misurare direttamente i fenomeni di amplificazione dinamica dell’edificio, cioè il modo in cui la struttura “vibra” durante un terremoto, e di seguirne l’evoluzione nel tempo, evidenziando eventuali modifiche del suo comportamento. Pur basandosi su un numero limitato di sensori, questa configurazione è generalmente sufficiente per descrivere il comportamento complessivo dell’edificio e individuare eventuali variazioni delle sue caratteristiche dinamiche, che possono rappresentare un indicatore di possibili modifiche dello stato della struttura, legate, per esempio, a ripetute sollecitazioni a seguito dei numerosi eventi sismici avvenuti nel tempo.
Questo costituisce l’obiettivo principale della sperimentazione in corso, finalizzata a migliorare la stima della vulnerabilità e della probabilità di danneggiamento degli edifici durante i terremoti. Questo approccio rappresenta uno degli sviluppi più innovativi del monitoraggio sismico urbano, perché consente di seguire nel tempo l’evoluzione del comportamento degli edifici e di individuare precocemente eventuali segnali di deterioramento o danneggiamento.
Il terremoto del 31 luglio 2026
Il terremoto di magnitudo durata (Md) 4.7 ± 0.3, avvenuto il 31 luglio 2026 alle ore 19:46:43 (epicentro indicato dalla stella rossa in Figura 1) e localizzato a 2.6 km di profondità, rappresenta, insieme all’evento di Md 4.6 del 30 giugno 2025, localizzato nel Golfo di Pozzuoli a 3.9 km di profondità, uno dei terremoti di maggiore energia registrati con una rete strumentale ai Campi Flegrei. Sebbene i due eventi presentino magnitudo comparabili, i loro effetti sul territorio sono significativamente differenti, anche per effetto della diversa localizzazione epicentrale e della differente distribuzione dello scuotimento rispetto all’area urbana di Pozzuoli, confermando che la sola magnitudo non è sufficiente a descrivere il potenziale impatto di un terremoto.
Il terremoto del 31 luglio 2026 è stato chiaramente avvertito dalla popolazione dell’area flegrea e dell’intera area metropolitana di Napoli ed è stato registrato simultaneamente da tutte le stazioni della rete accelerometrica urbana. A differenza del terremoto del 30 giugno 2025, che pur essendo stato ampiamente percepito non aveva provocato danni significativi, il sisma del 31 luglio 2026 ha causato decine di feriti e numerosi danneggiamenti, soprattutto nel comune di Pozzuoli, dove sono stati evacuati 11 edifici e circa 800 persone sono state costrette a lasciare le proprie abitazioni. Nelle ore successive la sequenza sismica è proseguita con oltre 200 terremoti di minore energia, tra cui una scossa di magnitudo Md 3.8.
La disponibilità di una densa rete accelerometrica ha consentito di ricostruire con elevato dettaglio la distribuzione dello scuotimento e di elaborare, quasi in tempo reale, i principali parametri relativi allo scuotimento del suolo (parametri strong motion), le mappe di intensità attesa e numerosi indicatori che permettono di stimare il potenziale impatto del terremoto sul territorio, sugli edifici e sulle infrastrutture.
Cosa abbiamo misurato?
Uno degli sviluppi più innovativi e recenti è rappresentato da PSAVE, una piattaforma di elaborazione automatica in tempo reale dei dati accelerometrici, attualmente in fase di sperimentazione. Il sistema è in grado di fornire, 2-3 secondi dopo l’arrivo delle prime onde registrate dalla rete, una prima stima dell’intensità macrosismica attesa, ovvero una stima degli effetti che un terremoto potrebbe produrre sulla popolazione, sulle costruzioni e sull’ambiente. La piattaforma riporta anche i valori dei principali parametri di strong motion, tra i quali l’accelerazione di picco (Peak Ground Acceleration – PGA, ovvero la massima accelerazione del suolo registrata durante il terremoto) e la velocità di picco (Peak Ground Velocity – PGV, cioè la massima velocità di oscillazione del terreno), aggiornandoli progressivamente con l’acquisizione di una porzione sempre maggiore del segnale sismico. La disponibilità in tempo quasi reale di questi parametri consente di valutare rapidamente la distribuzione dello scuotimento e i possibili effetti sul territorio, con l’obiettivo di fornire un prezioso supporto alle attività di Protezione Civile e alla gestione dell’emergenza, individuando rapidamente le aree di maggior danno.
Il pannello superiore della Figura 2 mostra la distribuzione dell’intensità macrosismica attesa, stimata automaticamente dopo soli 3 secondi dal primo arrivo delle onde sismiche utilizzando i valori di velocità di picco del suolo (Peak Ground Velocity-PGV, cioè la massima velocità di oscillazione del terreno). Nel pannello inferiore della stessa figura, per confronto, viene mostrata la mappa macrosismica elaborata dall’INGV sulla base dei questionari compilati dalla popolazione. Le due mappe, pur derivando da informazioni completamente differenti — misure strumentali nel primo caso ed effetti osservati nel secondo — mostrano una notevole coerenza nella distribuzione spaziale delle intensità. Per noi questo confronto è un risultato importante che dimostra come una rete accelerometrica urbana sufficientemente densa possa fornire, già nelle primissime fasi successive a un terremoto (alcuni secondi), una valutazione quantitativa e geograficamente dettagliata dello scuotimento realmente percepito dalla popolazione.

Per chi vuole saperne di più
I sistemi di allerta precoce dei terremoti (Earthquake Early Warning, EEW)
I sistemi convenzionali di allerta precoce dei terremoti (Earthquake Early Warning, EEW) sono orientati principalmente a stimare nel più breve tempo possibile le caratteristiche del terremoto, come il tempo di origine, la posizione dell’epicentro e la magnitudo. Viceversa, PSAVE adotta un approccio basato sull’impatto atteso (definito impact-based EEW) grazie al quale stima direttamente lo scuotimento che esso produrrà e i possibili effetti sul territorio, sugli edifici e sulle infrastrutture, fornendo informazioni più direttamente utili alle autorità di Protezione Civile per la gestione dell’emergenza.
Si tratta di un vero e proprio cambio di paradigma rispetto ai sistemi tradizionali di EEW: l’obiettivo non è più soltanto identificare rapidamente il terremoto, ma stimarne fin dai primi secondi i possibili effetti sul costruito e sulle infrastrutture, fornendo una valutazione quantitativa del suo impatto atteso.
Le registrazioni acquisite dalla rete accelerometrica dei Campi Flegrei consentono oggi di ottenere una descrizione estremamente dettagliata dello scuotimento realmente osservato sul territorio. Le mappe dell’accelerazione di picco del suolo PGA e della velocità di picco del suolo PGV riportate in Figura 3, mostrano la distribuzione dei valori massimi osservati direttamente alle singole stazioni, senza ricorrere ad alcuna interpolazione dei dati.
Le mappe di distribuzione della PGA e della PGV evidenziano come lo scuotimento non sia uniforme neppure all’interno di un’area relativamente ristretta. Si osservano infatti differenze significative tra stazioni poste anche a poche centinaia di metri di distanza, e ciò dimostra il ruolo determinante delle condizioni geologiche locali e dei cosiddetti effetti di sito, che possono amplificare o attenuare lo scuotimento sismico.
Le due mappe della Figura 3 mostrano che la distribuzione della PGA non coincide perfettamente con quella della PGV. Questo significa che le aree in cui il terreno raggiunge le accelerazioni massime non sono necessariamente le stesse in cui gli edifici sono maggiormente sollecitati. La PGA misura il valore massimo dell’accelerazione raggiunto durante il terremoto, mentre la PGV descrive meglio il movimento complessivo del terreno ed è generalmente più rappresentativa degli effetti che lo scuotimento può produrre sugli edifici e sulle infrastrutture. Per questo motivo, l’analisi congiunta di questi due parametri consente di descrivere in modo più realistico gli effetti del terremoto e rappresenta la base per stimare non solo dove il terreno ha tremato di più, ma anche dove è più probabile che si verifichino danni alle costruzioni.
Approfondimento su altri parametri ingegneristici usati per lo studio del movimento del suolo
Oltre ai tradizionali parametri di strong motion appena descritti (come PGA e PGV), oggi l’ingegneria sismica impiega anche indicatori più evoluti, come l’Acceleration Spectrum Intensity, la Velocity Spectrum Intensity e l’Housner Intensity, che descrivono in modo più completo gli effetti del terremoto, considerando non solo i valori massimi dello scuotimento, ma anche come la sollecitazione sismica si distribuisce nei diversi intervalli di periodo (o, in modo equivalente, alle diverse frequenze), consentendo una descrizione più rappresentativa della risposta degli edifici. Tra questi, l’Acceleration Spectrum Intensity (ASI) è risultato particolarmente utile perché descrive la risposta degli edifici in modo più completo rispetto alla sola PGA, tenendo conto di come lo scuotimento si distribuisce nei diversi periodi di vibrazione.
La piattaforma PSAVE calcola automaticamente i valori di ASI in tre intervalli di periodo (0,1-0,5 s, 0,4-0,8 s e 0,7-1,0 s), rappresentativi di differenti tipologie strutturali. I valori ottenuti possono quindi essere utilizzati per produrre mappe di scuotimento, costruire curve di fragilità e stimare, in modo probabilistico, il livello di danno atteso per le diverse tipologie edilizie. Il loro utilizzo ha evidenziato come uno stesso terremoto possa produrre effetti molto differenti non solo in funzione delle caratteristiche costruttive degli edifici, ma anche della distribuzione spaziale dello scuotimento.
Per il terremoto del 31 luglio 2026 e, più in generale, per eventi di analoga magnitudo nell’area flegrea, le analisi indicano che, in termini probabilistici, gli edifici bassi e medio-alti possono risultare maggiormente esposti agli effetti dello scuotimento nelle aree prossime all’epicentro. Mentre la probabilità di danno tende a diminuire rapidamente con la distanza, in accordo con la distribuzione dell’Acceleration Spectrum Intensity e con le verifiche effettuate sugli edifici monitorati. Per brevità non vengono riportati nel dettaglio i risultati quantitativi delle curve di fragilità e delle analisi probabilistiche del danno. I risultati ottenuti evidenziano le potenzialità dell’approccio impact-based EEW per una valutazione rapida degli effetti dei terremoti sul costruito nell’area dei Campi Flegrei e, più in generale, per lo sviluppo di sistemi di monitoraggio e supporto alle decisioni basati sull’impatto atteso.
I risultati del monitoraggio degli edifici dei Campi Flegrei in cui sono installati accelerometri
Quanto finora descritto consente di stimare, a scala urbana, gli effetti attesi del terremoto e la probabilità di danneggiamento delle diverse tipologie edilizie. Un ulteriore livello di approfondimento è reso possibile dalla presenza di accelerometri installati direttamente all’interno degli edifici, che permettono di osservare come le singole strutture rispondono realmente allo scuotimento sismico e di confrontare tale risposta con quella registrata al suolo.
Un esempio significativo è rappresentato dall’edificio pilota ED001, situato a circa 2,7 km dall’epicentro. La Figura 4 confronta gli spettri di risposta registrati durante il terremoto del 31 luglio 2026 alla base e alla sommità dell’edificio. Gli spettri di risposta descrivono come lo scuotimento si distribuisce alle diverse frequenze/periodi di vibrazione e permettono di evidenziare il modo in cui una struttura modifica e amplifica il moto del terreno. Rispetto alle registrazioni acquisite alla base (stazione OCF03), quelle misurate in sommità (stazione OCF02) mostrano un’evidente amplificazione dello scuotimento. In particolare, la componente verticale risulta sensibilmente amplificata, principalmente per effetto del comportamento dinamico del solaio dove è installato il sensore. Le componenti orizzontali nord-sud ed est-ovest (N ed E nella Figura 4) mostrano invece che la massima amplificazione si concentra intorno a un periodo di circa 0,75 s, in accordo con le caratteristiche dinamiche dell’edificio.
In parole semplici, questi risultati mostrano che un edificio non si limita a seguire passivamente il movimento del terreno, ma durante un terremoto oscilla secondo le proprie caratteristiche costruttive e può amplificare lo scuotimento rispetto a quello registrato al suolo. Questo spiega perché, anche in assenza di danni strutturali significativi, ai piani superiori possono verificarsi sollecitazioni maggiori, con possibili danni a tramezzi, controsoffitti, impianti, arredi e ad altri elementi non strutturali, che rappresentano spesso la principale causa dell’inagibilità degli edifici dopo un terremoto.
Tali risultati dimostrano come il monitoraggio permanente degli edifici consenta non solo di valutarne il comportamento globale durante i terremoti, ma anche di identificare le bande di frequenza nelle quali possono manifestarsi amplificazioni significative, con possibili ripercussioni sia sugli elementi strutturali sia, soprattutto, sugli elementi non strutturali e sugli impianti presenti all’interno degli edifici.
Conclusioni
Le reti di monitoraggio sismico urbano e i sistemi automatici per il controllo continuo dell’attività sismica rappresentano oggi uno degli strumenti più efficaci per la valutazione e la mitigazione del rischio sismico. Sebbene negli ultimi due decenni siano stati compiuti importanti progressi nello sviluppo delle reti di monitoraggio su scala nazionale e regionale, la realizzazione di reti accelerometriche dedicate agli ambienti urbani è ancora limitata rispetto alle reali esigenze dei territori maggiormente esposti. Il loro potenziamento, in particolare nelle aree densamente popolate e ad elevata pericolosità sismica, costituisce un’opportunità strategica per migliorare la conoscenza della risposta sismica locale, ottimizzare le politiche di prevenzione e rafforzare i sistemi di allerta precoce.
La prevenzione e la mitigazione del rischio devono tradursi in azioni concrete. Mitigare significa trasformare le conoscenze scientifiche in interventi mirati, orientando le strategie di riduzione del rischio, la pianificazione degli interventi e il rafforzamento della capacità di risposta delle comunità.
In questa prospettiva si inserisce il progetto SAFE-Flegrei dell’INGV, di prossima attivazione, che prevede il potenziamento della rete accelerometrica urbana flegrea mediante l’installazione di circa un centinaio di nuovi accelerometri in edifici strategici e rilevanti, tra cui scuole, edifici pubblici e strutture ad alta frequentazione. L’integrazione tra monitoraggio sismico urbano, monitoraggio strutturale, algoritmi di Impact-based EEW consentirà di realizzare ai Campi Flegrei uno dei più avanzati laboratori europei per lo studio della risposta sismica urbana. L’obiettivo non sarà soltanto osservare i terremoti, ma comprenderne in tempo quasi reale i possibili effetti sul patrimonio costruito, fornendo alla Protezione Civile strumenti sempre più efficaci per supportare le decisioni, definire le priorità d’intervento e rafforzare la resilienza del territorio.
In conclusione, sebbene non sia realistico mettere in sicurezza l’intero patrimonio edilizio nazionale in tempi brevi, è possibile pianificare interventi selettivi e prioritari basati su criteri scientifici, trasparenti e condivisi. In questa visione, la prevenzione non deve essere interpretata come una risposta al rischio già manifestato, ma come un processo continuo di conoscenza, monitoraggio e pianificazione, capace di anticipare gli effetti dei terremoti e di ridurne le conseguenze. L’integrazione tra osservazione sismica, monitoraggio strutturale e strumenti di analisi automatica apre oggi nuove prospettive per una gestione del rischio sempre più proattiva.
Ringraziamenti
Un particolare ringraziamento va ai componenti del Gruppo di Lavoro del CMSU, con particolare riferimento a: G. Aiesi, F. Calvagna, M. D’Amico, M. D’Agostino, F. Liguoro, L. Lodato, S. Mangiagli, D. Pappalardo, A. Rubonello, B. Saraceno, A. Sicali, O. Torrisi e G. Tusa.
Bibliografia
Longobardi, V.; Colombelli, S.; Zollo, A. One-Second-Lead Earthquake Warning and Impact Assessment at Campi Flegrei. Scientific Reports 2026, 16, 16630. https://doi.org/10.1038/s41598-026-42593-x.
Iervolino, I.; Cito, P.; De Falco, M.; Festa, G.; Herrmann, M.; Lomax, A.; Marzocchi, W.; Santo, A.; Strumia, C.; Massaro, L.; Scala, A.; Scotto di Uccio, F.; Zollo, A. Seismic Risk Mitigation at Campi Flegrei in Volcanic Unrest. Nature Communications 2024, 15, 10474. https://doi.org/10.1038/s41467-024-55023-1.
Patanè, D.; Martino, C. PSAVE: An Edge-Computing Seismic Framework for Impact-Based Earthquake Early Warning and Structural Monitoring. In preparation, 2026.
Responsabilità e proprietà dei dati
L’INGV, in ottemperanza a quanto disposto dall’Art.2 del D.L.381/1999, svolge funzioni di sorveglianza sismica e vulcanica del territorio nazionale, provvedendo alla organizzazione della rete sismica nazionale integrata e al coordinamento delle reti sismiche regionali e locali in regime di convenzione con il Dipartimento della Protezione Civile.
L’INGV concorre, nei limiti delle proprie competenze inerenti la valutazione della Pericolosità sismica e vulcanica nel territorio nazionale e secondo le modalità concordate nella convenzione biennale attuativa per le attività di servizio in esecuzione dell’Accordo Quadro tra il Dipartimento della Protezione Civile e l’INGV (Periodo 2022-2025), alle attività previste nell’ambito del Sistema Nazionale di Protezione Civile.
In particolare, questo documento, redatto in conformità all’Allegato Tecnico del suddetto Accordo Quadro, ha la finalità di informare il Dipartimento della Protezione Civile circa le osservazioni e i dati acquisiti dalle reti di monitoraggio gestite dall’INGV su fenomeni naturali di interesse per lo stesso Dipartimento.
L’INGV fornisce informazioni scientifiche utilizzando le migliori conoscenze scientifiche disponibili; tuttavia, in conseguenza della complessità dei fenomeni naturali in oggetto, nulla può essere imputato all’INGV circa l’eventuale incompletezza ed incertezza dei dati riportati e circa accadimenti futuri che differiscano da eventuali affermazioni a carattere previsionale presenti in questo documento. Tali affermazioni, infatti, sono per loro natura affette da intrinseca incertezza.
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Un’analisi basata su oltre 5000 telesismi (onde sismiche generate da terremoti lontani) registrati tra il 2016 e il 2022 ha permesso di ricostruire in dettaglio la struttura profonda della caldera dei Campi Flegrei, l’area vulcanica situata a ovest di Napoli, fornendo nuovi dettagli sulla sismicità e sulla presenza di un’area interpretata come possibile zona di fusione parziale della crosta e del mantello superiore.
Un nuovo studio internazionale ha fornito la prima immagine della zona di alimentazione magmatica profonda dei Campi Flegrei spingendo l’osservazione fino a circa 50 km di profondità. La ricerca, Magma storage depths and crustal-upper mantle structure of Campi Flegrei caldera (Southern Italy) unveiled through receiver functions analysis, è frutto della collaborazione tra l’Instituto Volcanológico de Canarias (INVOLCAN), l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), l’Universidad Complutense de Madrid e l’Université de Genève, ed è stata pubblicata sulla rivista Scientific Reports (Nature).
Sebbene negli ultimi decenni i Campi Flegrei siano stati ampiamente indagati nella loro parte più superficiale, questa nuova analisi consente di estendere l’indagine all’intera struttura profonda del sistema vulcanico.
La ricostruzione è stata possibile grazie all’analisi dei sismogrammi prodotti da terremoti lontani, i telesismi, registrati dalla rete sismica permanente INGV nell’area flegrea. Attraverso la tecnica delle “funzioni ricevitore”, che consente di interpretare le onde sismiche riflesse e convertite all’interno della Terra, i ricercatori hanno analizzato oltre 5000 eventi sismici.
“Come illustrato nello studio, quando un terremoto avviene a grande distanza, le onde attraversano l’interno del pianeta e, incontrando variazioni nelle proprietà delle rocce, vengono riflesse e convertite. L’analisi di questi segnali permette di ricostruire profondità e caratteristiche delle principali discontinuità del sottosuolo” spiega Víctor Ortega-Ramos, ricercatore dell’INVOLCAN e primo autore dello studio.
Il risultato principale raggiunto riguarda l’individuazione, a profondità superiori ai 16-20 km, di uno strato caratterizzato da “velocità molto basse delle onde sismiche”. Questo dato suggerisce che fino al 30% delle rocce in quell’area si trovi in stato fuso.
Secondo gli autori, questa zona rappresenta la sorgente dei magmi primitivi dei Campi Flegrei, che durante la risalita nella crosta terrestre si raffreddano ed evolvono verso composizioni più ricche in silicio.
“A profondità tra gli 8 e i 10 km, lo studio evidenzia inoltre la presenza di ulteriori caratteristiche sismiche meno intense, che potrebbero indicare la presenza di minori quantità di magma, in continuità con precedenti osservazioni”, prosegue Luca D’Auria, Direttore dell'area di vigilanza vulcanica dell'INVOLCAN.
“I risultati contribuiscono a migliorare la comprensione del sistema magmatico dei Campi Flegrei, della sua evoluzione recente e dei processi che regolano l’attività vulcanica dell’area. I prossimi passi saranno indirizzati a comprendere sempre meglio il modo in cui le diverse parti del sistema magmatico sono collegate e come avviene il trasferimento del magma dalle profondità fino alla superficie, anche attraverso l’integrazione di differenti metodologie”, conclude Lucia Pappalardo, direttrice dell'Osservatorio Vesuviano dell’INGV (INGV - OV).
Immagine - Struttura profonda dei Campi Flegrei fino a 50 km di profondità lungo una sezione E-O, passante per il centro della caldera. Si osserva la zona di bassa velocità delle onde sismiche, indicata in tonalità di rosso, situata al di sotto del vulcano. Questa zona è la sorgente dei magmi che alimentano l’attività dei Campi Flegrei.

In merito ai rigonfiamenti dell’asfalto (tipo bolle) segnalati in via Antiniana, nei pressi di un campo fumarolico, l’Osservatorio Vesuviano (INGV) ha condotto rilievi termici: i risultati disponibili al momento non indicano significativi aumenti di temperatura nell’area verificata.
Il Direttore

Fotocomposizione di immagini termiche rilevate da drone, la temperatura riportata è un valore medio misurato da drone a 90 m dal suolo.
Numerosi terremoti nascosti nel rumore sismico e nelle code di altri terremoti sono stati svelati grazie all’applicazione di modelli di intelligenza artificiale (IA) per l’analisi della sismicità flegrea. Questi i risultati di una ricerca pubblicata recentemente sulla rivista Science da un gruppo internazionale composto da ricercatori della Doerr School of Sustainability di Stanford, dell’Osservatorio Vesuviano, sezione di Napoli dell’INGV e dell’Università degli Studi di Napoli Federico II.
Lo studio analizza le tracce sismiche registrate dal 2022 a marzo 2025 dalla fitta rete sismica sviluppata e mantenuta dall’Osservatorio Vesuviano e, attraverso l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, ha identificato i terremoti che caratterizzano l’attuale unrest vulcanico.
La caldera dei Campi Flegrei, con i suoi oltre 500.000 abitanti, è in stato di unrest dal 2005 e negli ultimi anni ha visto un forte incremento della sismicità, della velocità di sollevamento del suolo e dell’attività fumarolica. Lo studio ha utilizzato un modello di intelligenza artificiale all’avanguardia sviluppato presso l’Università di Stanford, istruito grazie al catalogo sismico compilato dall’Osservatorio Vesuviano a partire dal 2000 e costantemente aggiornato. Questo ha permesso agli algoritmi di discriminare tra il rumore antropico caratteristico di un’area così fortemente antropizzata e i terremoti originati all’interno della caldera.
Sono stati pertanto già rilevati e localizzati oltre 54.000 terremoti, la maggior parte dei quali di magnitudo molto bassa. La potenza del metodo utilizzato è quella di trovare e localizzare anche i terremoti nascosti all’interno del rumore sismico o nelle code dei terremoti più forti (figura 1).
Grazie all’elevato numero di terremoti identificati e rilocalizzati sono state, inoltre, individuate strutture sismiche in maniera dettagliata. In particolare, sono state definite le faglie che delimitano la zona di sollevamento all’interno della caldera e il sistema di faglie molto superficiali che caratterizza la zona idrotermale al di sotto delle aree fumaroliche di Solfatara e Pisciarelli.
Questo lavoro contribuirà a migliorare le stime di pericolosità sismica nell’area.
Inoltre, è stato sviluppato un software, attualmente in fase di test presso l’Osservatorio Vesuviano, che identifica e localizza i terremoti in tempo quasi reale permettendo di seguire l’evoluzione della sismicità in maniera automatica. Questo è uno degli strumenti che l’INGV sta mettendo in campo per la mitigazione del rischio nei Campi Flegrei.
di Sergio Gammaldi e Anna Tramelli

Mappa degli epicentri dei terremoti avvenuti tra gennaio 2022 e marzo 2025 nell’area Flegrea identificati e localizzati attraverso l’IA. I colori indicano la profondità dei terremoti come indicato nella palette dei colori (crediti: Xing Tan, Anna Tramelli, Sergio Gammaldi)
Bibliografia
Tan et al. (2025) A clearer view of the current phase of unrest at Campi Flegrei caldera. Science DOI:10.1126/science.adw9038
- Il terremoto di Md 4.6 del 30 giugno 2025 ai Campi Flegrei
- Il terremoto di Md 4.6 del 13 marzo 2025 e lo stato della caldera dei Campi Flegrei
- Campi Flegrei - Gli eventi di magnitudo maggiore di 4 dell'attuale crisi bradisismica
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