Comprendere i Campi Flegrei:
le risposte dell'INGV
Le ricercatrici e i ricercatori INGV-Osservatorio Vesuviano rispondono alle domande più frequenti sullo stato dei Campi Flegrei
Ultimo aggiornamento: 02/09/2026
Sismologia
Se il terreno continua a sollevarsi, perché possono esserci giorni o settimane con pochi terremoti?
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Sismologia
Risposte a domande sullo studio dei terremoti e delle sorgenti sismiche dei Campi Flegrei.
Magnitudo durata (Md), Magnitudo Locale (ML) e Magnitudo momento (Mw): perché lo stesso terremoto può avere magnitudo diverse?
In breve La magnitudo è una stima dell’energia di un terremoto ricavata dai segnali registrati dalle stazioni sismiche. Le scale Md, ML e Mw utilizzano grandezze e procedure differenti e possono quindi fornire valori non perfettamente coincidenti per lo stesso evento. Ogni valore deve essere interpretato considerando la scala adottata e l’incertezza associata: differenze di pochi decimi non indicano necessariamente una discrepanza. Per confrontare correttamente terremoti diversi è quindi opportuno utilizzare, per quanto possibile, valori espressi nella stessa scala.
Approfondimento
La magnitudo è la misura dell’energia del terremoto. Esistono molteplici scale di magnitudo che vengono utilizzate a seconda della grandezza del terremoto e della distanza alla quale lo sto misurando. Le diverse scale utilizzano procedure differenti per ricavare dai segnali sismici registrati una stima della grandezza dell’evento.
Un terremoto avviene in profondità, mentre ciò che possiamo misurare direttamente sono le onde sismiche registrate dalle stazioni in superficie. Le diverse scale di magnitudo utilizzano componenti differenti di questi segnali e differenti procedure di elaborazione e calibrazione per stimare la grandezza del terremoto. Per questo motivo, allo stesso evento possono essere associati valori di magnitudo non perfettamente coincidenti.
Per la sorveglianza sismica dei vulcani campani, l’Osservatorio Vesuviano (OV) utilizza ordinariamente la Magnitudo Durata (Md). Essa viene stimata, attraverso relazioni calibrate per l’area di interesse, a partire dalla durata del segnale sismico, cioè dal tempo durante il quale il segnale del terremoto rimane distinguibile dalle vibrazioni di fondo, presenti anche in assenza di terremoti e chiamate rumore sismico È una misura particolarmente adatta al monitoraggio operativo della sismicità locale di bassa o moderata energia.
La Magnitudo Locale (ML) viene invece determinata a partire principalmente da una misura dell’ampiezza massima del segnale sismico, opportunamente elaborato e corretto per tenere conto, tra gli altri fattori, della distanza tra il terremoto e la stazione di misura. È la magnitudo originariamente introdotta da Charles Richter per lo studio dei terremoti locali e successivamente adattata alle caratteristiche delle moderne reti sismiche.
Per gli eventi di magnitudo molto bassa, la determinazione di ML può risultare più incerta quando le ampiezze utilizzate per il calcolo sono prossime al livello del rumore sismico.
La Magnitudo Momento (Mw) viene invece ricavata dalla stima del momento sismico, una grandezza fisica che tiene conto dell’estensione della superficie di faglia coinvolta nel terremoto, dello spostamento avvenuto lungo questa superficie e della rigidità delle rocce. Anche in questo caso, però, il momento sismico non viene osservato direttamente: viene stimato attraverso l’analisi dei segnali registrati dalle stazioni sismiche e per terremoti di magnitudo bassa può non essere possibile stimarla
Nell’attività di monitoraggio dei vulcani campani, l’OV determina quindi ordinariamente Md per la sismicità locale e, per gli eventi di maggiore energia, può determinare anche ML e Mw. Queste misure non sono semplicemente repliche dello stesso calcolo: utilizzano informazioni diverse contenute nei segnali sismici e forniscono stime complementari della dimensione del terremoto. La figura mostra, ad esempio per la sismicità della Solfatara, il confronto tra Md e ML (a sinistra) e tra Md e Mw (a destra). La figura illustra il confronto tra queste scale usando i dati di uno studio sui terremoti dei Campi Flegrei (Petrosino et al., 2008). Ogni cerchio rappresenta un terremoto, per il quale si confrontano due valori di magnitudo: Md e ML a sinistra, Md e Mw a destra. Se i due valori fossero uguali, il cerchio si troverebbe sulla linea tratteggiata. I punti al di sopra o al di sotto di questa linea mostrano quindi che i due metodi possono assegnare allo stesso evento valori diversi.
Indipendentemente dalla scala considerata, ogni valore di magnitudo va considerato come una stima e, come ogni misura sperimentale, è associato a un’incertezza. Questa tiene conto della variabilità delle misure effettuate alle diverse stazioni e delle inevitabili approssimazioni presenti nelle procedure utilizzate per ricavare la magnitudo dai segnali registrati.
Per il terremoto del 31 luglio 2026, per esempio, sono state stimate una Md 4.7 ± 0.3, una ML 4.6 ± 0.3 e una Mw 4.4 ± 0.3.
l’incertezza di “± 0.3” è importante quanto il valore centrale. Significa che non è corretto interpretare 4.7, 4.6 e 4.4 come numeri esatti da confrontare semplicemente tra loro. Considerando le rispettive incertezze, gli intervalli associati alle stime si sovrappongono: i tre valori possono quindi essere considerati consistenti entro l’incertezza della stima. Più in generale, differenze di alcuni decimi tra magnitudo determinate con metodi diversi non indicano necessariamente una discrepanza. Occorre sempre valutarle rispetto alle incertezze associate a ciascuna stima.
Md, ML e Mw non devono quindi necessariamente fornire lo stesso numero. La loro eventuale differenza deriva dal fatto che utilizzano procedure di elaborazione, grandezze osservabili e calibrazioni differenti per stimare la dimensione dello stesso terremoto.
Non esiste dunque un unico valore numerico di magnitudo indipendente dal metodo con cui viene determinato. Ogni stima deve essere interpretata insieme alla scala utilizzata e alla sua incertezza.
Per questo motivo, quando si confrontano terremoti diversi è importante confrontare, per quanto possibile, valori espressi nella stessa scala di magnitudo. Dire, ad esempio, che un terremoto con Md 4.7 è necessariamente più grande di uno con Mw 4.6 sarebbe un confronto improprio: prima di confrontarne i valori occorre considerare il metodo con cui sono state ottenute le due magnitudo e le relative incertezze.

Confronto tra Md, ML e Mw per la sismicità nell’area Solfatara (figura da articolo Petrosino et al. 2008, https://doi.org/10.1785/0120070131). Le linee continue rappresentano le relazioni osservate nei dati, mentre le linee tratteggiate indicano la corrispondenza 1:1.
argomento
Geochimica
Risposte a domande sullo studio dei gas e fluidi per comprendere i processi del sistema vulcanico-idrotermale.
Perché lo studio del degassamento è fondamentale per il monitoraggio dei Campi Flegrei e cosa c’è da sapere sull'anidride carbonica (CO₂) che viene rilasciata dal suolo?
In breve Lo studio della composizione e delle quantità dei gas vulcanici fornisce informazioni fondamentali sull’evoluzione dell’attività dei Campi Flegrei. La CO₂ viene emessa sia in corrispondenza di fumarole sia, in modo invisibile, da vaste aree del suolo e rappresenta un importante indicatore dei processi profondi. Dal 2004 il degassamento diffuso ai CF è aumentato per estensione e intensità, raggiungendo livelli paragonabili a quelli di vulcani attivi. Essendo più pesante dell’aria, la CO₂ può accumularsi in ambienti bassi, chiusi e poco ventilati, creando potenziali rischi per la popolazione.
Approfondimento
Lo studio dei gas vulcanici rappresenta uno dei pilastri della geochimica nel monitoraggio delle aree vulcaniche. Studiare la variazione nel tempo della composizione chimica ed isotopica dei fluidi degassati in superficie e quantificare il rilascio totale di determinate specie gassose, rappresenta un riferimento fondamentale che offre indicazioni preziose relative all’attività del vulcano e sui processi profondi che ne accompagnano l’evoluzione.
Nel territorio dei Campi Flegrei, il degassamento assume forme molto diverse. Da un lato, ci sono le emissioni dei campi fumarolici, con i loro pennacchi di vapore ben visibili nei siti della Solfatara di Pozzuoli e Pisciarelli. Dall’altro, una importante quantità di gas viene rilasciata in maniera invisibile dal suolo, attraverso un’ampia superficie che viene definita Struttura di Degassamento Diffuso (DDS).
Nel processo di degassamento, l'anidride carbonica (CO₂) è la specie gassosa protagonista; essendo una specie caratterizzata da una scarsa affinità a rimanere disciolta nel magma, è la prima specie che migra verso la superficie, fungendo dunque da primissimo indicatore che può dare informazioni sull’attività del vulcano. La CO₂ è un gas del tutto invisibile e inodore e non può essere percepita dai nostri sensi, tuttavia è possibile misurarne il flusso diffuso dal suolo con specifici strumenti definiti flussimetri, quantificarne il rilascio totale in atmosfera e delineare le aree caratterizzate da maggiore incidenza del fenomeno.
I Campi Flegrei rappresentano un sito pionieristico per lo studio del degassamento diffuso. A partire dal 2004, con l’inizio dell’attuale fase di unrest, la Struttura di Degassamento Diffuso ha mostrato una significativa espansione, sia in termini di estensione sia di intensità. La quantità complessiva di CO₂ rilasciata dal suolo ha raggiunto livelli paragonabili a quelli registrati nei vulcani attivi. Lo studio del degassamento diffuso assume un’importanza ancora maggiore in un’area densamente abitata come quella dei Campi Flegrei, per le possibili ripercussioni sulla vita quotidiana e sulla sicurezza della popolazione. La CO₂ è più pesante dell’aria e, in determinate condizioni, tende ad accumularsi nelle zone più basse. In ambienti chiusi, poco ventilati e posti al di sotto del livello del suolo (come cantine, garage e seminterrati), il gas può accumularsi progressivamente e raggiungere concentrazioni elevate, creando potenziali condizioni di rischio. Negli ultimi due anni, due edifici scolastici e una galleria della metropolitana sono stati parzialmente o totalmente interdetti a causa della presenza di elevate concentrazioni di CO₂.

Mappa delle aree dei Campi Flegrei caratterizzate da diverse emissioni di CO₂ dal suolo di origine idrotermale. Le aree sono distinte in base all’intensità delle emissioni e alla tipologia di degassamento.
Per approfondire
Cardellini et al. (2017), Monitoring diffuse volcanic degassing during volcanic unrests: the cas of Campi flegrei (Italy), Scientific Reports, https://doi.org/10.1038/s41598-017-06941-2
Bini et al. (2026), Escalating soil CO2 degassing correlates with ground uplift and seismicity during the ongoing unrest of Campi Flegrei (2005–2025), Science Advances, Article in press
argomento
Geodesia
Risposte a domande sulle deformazione del suolo e sulle tecniche impiegate per misurarle.
Se il terreno continua a sollevarsi, perché possono esserci giorni o settimane con pochi terremoti?
In breve Il sollevamento del suolo e la sismicità sono collegati nel lungo periodo, ma non mostrano una corrispondenza diretta su tempi brevi. La crosta può deformarsi e accumulare tensione per giorni o settimane senza produrre terremoti percepibili, finché non vengono superate soglie locali di resistenza. Una fase con poche scosse non indica quindi necessariamente un’attenuazione del bradisismo, né consente di prevedere l’arrivo di terremoti più forti.
Approfondimento
Questo accade perché deformazione e sismicità sono collegate, ma non esiste una relazione biunivoca (ovvero uno-a-uno) tra le due grandezze alle varie scale temporali.
Possiamo immaginare di piegare lentamente un materiale: applicando una sollecitazione progressiva si accumula deformazione, la quale può crescere per un certo tempo senza produrre rotture percepibili; quando viene superata una soglia locale di resistenza, la frattura avviene rapidamente.
Nella caldera dei Campi Flegrei, la deformazione del suolo è monitorata dall’INGV attraverso una rete permanente di stazioni GNSS (Global Navigation Satellite System); la sismicità — innescata dalle rotture fragili delle rocce quando lo sforzo supera la loro resistenza meccanica — è invece rilevata e localizzata tramite una rete sismica dedicata. I dati sulla crisi bradisismica flegrea mostrano una relazione tra sollevamento del suolo e sismicità su scale temporali lunghe, ma evidenziano forti oscillazioni e un’assenza di una chiara correlazione su scala breve.
Un esempio recente è lo sciame iniziato il 31 luglio 2026 (con il terremoto di magnitudo durata Md 4.7) e proseguito per poco meno di due giorni, durante il quale il laboratorio sismico dell'INGV ha localizzato finora oltre 400 terremoti, mentre la velocità media di sollevamento del suolo si attestava intorno a 10 mm/mese: un valore registrato anche nei mesi precedenti, ma in presenza di frequenze sismiche molto più ridotte. Al contrario, il terremoto di magnitudo Md 4.6 del 13 marzo 2025 è stato preceduto pochi giorni prima da un repentino aumento della velocità di sollevamento del suolo (passata da 10 a 30 mm/mese), oltre che da un periodo ad alta frequenza sismica, come evidenziato dalle due settimane tra il 10 e il 23 febbraio con oltre mille eventi (fino a Md 3.9).
Una breve fase con pochi terremoti non indica dunque necessariamente un'attenuazione della crisi bradisismica, poiché se il terreno continua a sollevarsi “in silenzio”, la crosta sta comunque proseguendo il suo processo di deformazione. Allo stesso tempo, l'arrivo delle scosse più energetiche, non è necessariamente preceduto da una fase di sollevamento del suolo priva di sismicità.
In definitiva, l'intrinseca complessità dei sistemi vulcanici impone estrema cautela, non consentendo di applicare un approccio deterministico per prevedere un evento sismico su scala temporale breve: in un sistema vulcanico reale, infatti, il quadro è reso fortemente variabile dal fatto che esistono faglie (ovvero piani di frattura) con dimensioni e orientazioni diverse, rocce con proprietà differenti e fluidi che possono modificare la pressione nei pori e la resistenza delle fratture stesse. Inoltre, come evidenziato da studi recenti, la stessa risposta della crosta a una prolungata deformazione non è costante, ma può variare nel tempo.
È proprio per questa ragione che lo stato della caldera non viene mai valutato basandosi su un singolo indicatore, ma attraverso un approccio multiparametrico che integra parametri geodetici e di deformazione, sismici, geochimici, gravimetrici e termici. La loro integrazione permette di distinguere le oscillazioni di breve periodo dai cambiamenti più significativi del sistema.

Effetto della scala temporale sulla relazione deformazione-sismicità. L'accumulo di deformazione mostra una correlazione chiara con la sismicità su lunghi periodi (dato annuale), ma una fortemente oscillante su scala breve (dato mensile e settimanale).
argomento
Vulcanologia
Risposte a domande sulla storia vulcanica della caldera e i fenomeni che ne caratterizzano l'attività.
Perché le eruzioni dei Campi Flegrei possono avvenire in punti diversi della caldera?
In breve I Campi Flegrei sono una vasta caldera attraversata da faglie e fratture, lungo le quali il magma può risalire seguendo percorsi che cambiano o si creano nel tempo. Le eruzioni passate hanno infatti generato bocche e crateri in settori diversi della caldera. Gli studi vulcanologici consentono di individuare le aree con differenti probabilità di apertura bocche, ma non il punto esatto di una futura eruzione, che non coincide necessariamente con quello di massimo sollevamento del suolo.
Approfondimento
I Campi Flegrei non sono un vulcano con un unico cono e un condotto centrale stabile, ma una vasta caldera, cioè una depressione vulcanica formatasi in seguito a grandi eruzioni e successivi collassi del suolo. Al suo interno sono presenti numerose faglie, fratture e zone di debolezza che possono costituire vie di risalita per il magma.
Quando il magma risale, il percorso che segue dipende dalla pressione, dallo stato di fratturazione delle rocce e dal campo di tensione presente nella crosta in quel momento. Queste condizioni cambiano nel tempo: alcuni vecchi condotti possono chiudersi, mentre nuove fratture possono aprirsi in altri settori della caldera. Per questo le eruzioni del passato hanno formato bocche e crateri in luoghi differenti, come Monte Nuovo, Astroni, Averno e Solfatara.
Ciò non significa che ogni punto della caldera abbia la stessa probabilità di essere interessato dall’apertura di una bocca eruttiva. Lo studio delle eruzioni passate, delle strutture geologiche e delle deformazioni del suolo permette di individuare le aree con differenti probabilità, ma non di stabilire con largo anticipo il punto esatto di un’eventuale futura eruzione.
Inoltre, la zona nella quale si registra il massimo sollevamento del suolo non coincide necessariamente con il luogo in cui potrebbe aprirsi una bocca.
La mappa rappresenta la probabilità media di apertura di una nuova bocca eruttiva. Le aree rosse indicano le zone relativamente più probabili, ma valori diversi da zero interessano gran parte della caldera: una bocca potrebbe quindi aprirsi anche in altri settori.

Per approfondimenti
Bevilacqua et al. (2015), “Quantifying volcanic hazard at Campi Flegrei caldera (Italy) with uncertainty assessment: 1. Vent opening maps”, Journal of Geophysical Research: Solid Earth.
argomento
Geofisica applicata
Risposte a domande sulle tecniche che indagano le proprietà fisiche del sottosuolo e la sua struttura.
Di prossima pubblicazione
Di prossima pubblicazione
