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Intervista al Direttore Francesca Bianco dell’Osservatorio Vesuviano-INGV

Scritto da Sara Stopponi (INGV newsletter n. 7)

Foto_Francesca_Bianco

Un Osservatorio con alle spalle una storia nobile e antica, nato ancor prima che l’Italia fosse unificata sotto un unico Regno. Un polo di ricerca e sorveglianza vulcanica di riferimento per il nostro Paese, e non solo. L'intervista al Direttore Francesca Bianco, alla guida dell'Osservatorio Vesuviano dal 2016, ci fa ripercorrere alcuni degli avvenimenti più importanti che hanno interessato l’Osservatorio negli ultimi anni, senza perdere di vista la visione prospettica per il futuro e per la crescita di questa cruciale Sezione monitorante dell’INGV, da sempre punto di riferimento sul territorio per le centinaia di migliaia di cittadini che abitano le aree dei vulcani napoletani.

 

Cosa significa per un ricercatore ricoprire questo incarico?

È un grandissimo onore, davvero. L’Osservatorio Vesuviano è l’osservatorio vulcanologico più antico del mondo, fondato nel 1841 dal Re delle Due Sicilie Ferdinando II di Borbone. Di questo Osservatorio sono stati direttori importantissimi esponenti del mondo scientifico, da Macedonio Melloni a Giuseppe Mercalli, e la stessa storia dell’OV è legata in maniera indissolubile con quella della moderna vulcanologia. Infatti, i primi strumenti di rilevamento dei terremoti nelle aree vulcaniche sono stati concepiti e realizzati proprio nel nostro Osservatorio già nell’Ottocento.

Essere Direttore di questa Sezione dell’INGV è quindi un onore, ma al tempo stesso anche una grande responsabilità: è una struttura simbolo della storia della vulcanologia, una realtà molto integrata nel territorio. Da sempre siamo un grandissimo punto di riferimento per la popolazione anche perché, come sappiamo, i territori dei vulcani campani sono estremamente antropizzati, con le persone che abitano in alcuni casi proprio sopra il vulcano. Non di rado, quindi, ci capita di ricevere telefonate dei cittadini che vogliono conoscere lo stato del vulcano o che, quando vedono le nostre auto mentre siamo in giro per delle misure o per la manutenzione delle nostre stazioni, ci fermano per chiedere informazioni di vario genere.

Qual è, secondo te, la percezione del rischio associato ai vulcani campani da parte degli abitanti della zona?

Questa è proprio una delle cose che studiamo all’OV: va innanzitutto detto che il rischio è legato alla pericolosità, ovvero alla probabilità che in un dato periodo di tempo si verifichi un determinato fenomeno, ma è connesso anche al valore esposto, vale a dire a ciò che la pericolosità minaccia (quindi persone e infrastrutture esposte al pericolo).

Ragioniamo da sempre sulla percezione del rischio degli abitanti delle aree vulcaniche napoletane e questo, in un certo senso, guida anche le nostre scelte di diffusione e di condivisione della conoscenza. Devo dire che, rispetto ai primi studi statistici che abbiamo condotto tra la fine degli anni ’90 e i primi anni 2000, c’è stata un’evoluzione dell’approccio al rischio vulcanico da parte della popolazione: un tempo il rischio era semplicemente ignorato a fronte della necessità o della volontà di vivere in un determinato territorio, ma anche a fronte di un certo ‘fatalismo’. In particolare, uno degli studi effettuati nel 2008 insieme a colleghi della Sede di Roma ci fece capire che nell’area dei Campi Flegrei i cittadini ritenevano molto più pericoloso il Vesuvio (che tuttavia vedevano geograficamente ‘distante’ e, quindi, tutto sommato poco preoccupante) rispetto ai Campi Flegrei stessi su cui vivevano. Ciò era vero in generale per tutti i cittadini, eccetto per quelli residenti a Pozzuoli: loro, infatti, avevano ancora memoria dell’esperienza della crisi bradisismica avvenuta tra il 1982 e il 1984 e, quindi, ‘riconoscevano’ maggiormente il vulcano sotto ai loro piedi.

Questa percezione oggi è completamente cambiata, perché adesso l’informazione per fortuna viaggia in maniera molto più spedita. È vero, lo fa spesso insieme alle fake news, ma proprio per questo una delle cose in cui crediamo molto è l’importanza di fare dell’informazione corretta proprio come azione attiva di mitigazione del rischio vulcanico. Riteniamo che questa debba essere fatta in generale in qualunque situazione ma in particolare nelle scuole, cercando di veicolare le informazioni nel modo più corretto possibile sia attraverso gli studenti che attraverso i loro insegnanti; per questo, fino a che è stato possibile (e cioè fino a prima della pandemia da Covid-19), abbiamo svolto diversi progetti nelle scuole, soprattutto in quelle delle zone rosse sia dei Campi Flegrei che del Vesuvio, che sono le zone maggiormente esposte al rischio vulcanico dell’area.

Quali sono gli ambiti di ricerca principali dell’Osservatorio Vesuviano?

Siamo un Istituto la cui ricerca è focalizzata principalmente - ma non solo - sulla comprensione dei fenomeni vulcanici, in particolare di quelli che avvengono sul Vesuvio, su Ischia e sui Campi Flegrei, senza dimenticare anche lo Stromboli. La cosa assolutamente rilevante, che io personalmente trovo fantastica, è che le nostre competenze sono molto varie: all’Osservatorio, infatti, lavorano fisici, chimici, vulcanologi, geologi di campagna, elettronici, informatici e così via, persone che hanno delle competenze scientifiche e culturali profondamente diverse tra loro ma che integrano quotidianamente i loro saperi. Facendo questo mestiere abbiamo capito ormai da molto tempo che è l’integrazione dei saperi a farci progredire nella conoscenza: quello che facciamo, quindi, è un po’ provare a correggere quelle ‘miopie’ che come genere umano ancora abbiamo rispetto alla conoscenza dei complessi fenomeni vulcanici e, soprattutto, farlo al meglio delle nostre possibilità tecnologiche e teoriche, consapevoli che esiste ancora una gran quantità di ‘misteri’ da svelare.

In questi anni da Direttore, qual è l’episodio più importante che ti piacerebbe raccontare?

sala_direttoreBeh devo dire che ce ne sono stati tantissimi, tutti legati in generale all’apprezzamento che abbiamo avuto per le nostre attività, per il nostro lavoro e per le nostre competenze. Nel corso degli anni abbiamo ricevuto tantissime delegazioni di colleghi stranieri che sono venuti appositamente da noi perché volevano conoscere il nostro lavoro, volevano vedere come si organizza un sistema di sorveglianza e di monitoraggio in aree così antropizzate come quelle dei vulcani campani, aree che, quindi, rappresentano una sfida molto importante e particolare rispetto ad altre situazioni dove magari non si ha un’antropizzazione come la nostra.

Abbiamo ricevuto delegazioni provenienti da tutte le parti del mondo: dal Giappone, dalla Cina, dall’Indonesia, dagli Stati Uniti, dalla Francia… Da tutti loro abbiamo ricevuto un grandissimo apprezzamento e questo secondo me è molto importante: una delle cose che più veniva apprezzata dai colleghi stranieri era proprio il nostro vivere “in simbiosi” con tutte le nostre professionalità, e quindi realizzare la sorveglianza e il monitoraggio dei vulcani campani in maniera multiparametrica, associando a ciò anche una ricerca scientifica molto attualizzata e all’avanguardia.

Altri episodi professionali per me importanti hanno riguardato l’organizzazione di grandi eventi scientifici: ricordo, ad esempio, “Cities on Volcanoes”, uno dei più importanti convegni internazionali di vulcanologia che si occupa proprio delle problematiche legate al vulcanismo e ai vulcani situati all’interno di città. Come OV abbiamo organizzato e realizzato l’edizione che si è svolta a settembre del 2018, alla quale hanno partecipato più di un migliaio di colleghi provenienti da ogni parte del mondo. È stata una settimana devo dire interessantissima, entusiasmante, ricchissima di soddisfazioni e di scambi scientifici, una bellissima esperienza.

… e l’aneddoto più divertente?

Sicuramente uno che ci ha riscaldato il cuore e strappato un sorriso grandissimo in un momento in cui la situazione di contorno non era per niente semplice. Era circa metà aprile del 2020, in piena crisi pandemica: io ero a casa e mi telefonò il servizio di guardiania dell’Istituto dicendomi “Dottoressa, è arrivata una raccomandata”. Di solito quando arriva una raccomandata all’Osservatorio si tratta di documenti o di faccende istituzionali, niente che mi cambi l’umore o che non faccia parte della mia routine di Direttore. Tuttavia, essendo una raccomandata era opportuno aprirla subito, allora chiesi alla guardia giurata di recarsi nella Sala di Monitoraggio e di consegnare la busta alle due colleghe che erano di turno quella mattina. Loro la aprirono e, al telefono, iniziarono a dirmi “È un bimbo, è un bimbo!”…

Beh, il mittente era effettivamente Leonardo, un bambino di 6 anni che ci aveva scritto una lettera bellissima accompagnata da un fantastico disegno del Vesuvio. Nella lettera ci raccontava un po’ di lui, ci diceva di abitare in un paesino della provincia di Brescia, che a breve sarebbe stato il suo settimo compleanno, che era molto interessato ai vulcani e che era a casa in quei giorni perché il Coronavirus gli impediva di andare a scuola. Ci diceva anche, però, che oltre alla didattica a distanza stava leggendo tanti libri sui vulcani, che sono la sua passione, e ci raccontava tutto quello che sapeva al riguardo, svelandoci il suo vulcano preferito, proprio il Vesuvio. Ci diceva che questo vulcano per lui era un po’ un amico perché riusciva a vederlo benissimo dalla casa del nonno a Portici. Insomma, ci dava tutti questi particolari incredibili e chiudeva la lettera dicendo che gli sarebbe piaciuto moltissimo venire a visitare il cratere del Vesuvio e il nostro Osservatorio, e chiedendo se nel frattempo potevamo dargli delle informazioni più precise su dove fosse la casa della Strega Amelia e del suo corvo Gennarino, perché quando andava a casa del nonno non riusciva mai a vederli!

Inutile dire che la lettura delle parole di Leonardo è stata per noi un momento di gioia infinita: ho condiviso la sua lettera con i colleghi dell’OV e, tutti insieme, abbiamo deciso di realizzare un video per fargli gli auguri di compleanno e per invitarlo a venire da noi appena possibile. Lui è effettivamente venuto a trovarci a settembre ma purtroppo, sempre a causa della pandemia, non è stato possibile farlo entrare nella nostra Sala di Monitoraggio: con alcuni colleghi allora lo abbiamo incontrato fuori l’Osservatorio e ci siamo fatti mandare in tempo reale delle immagini dai colleghi che erano in quel momento di turno in Sala per fargli vedere come funzionasse il nostro lavoro. Con Leonardo ci scriviamo ancora oggi: ogni tanto mi manda delle letterine, mi scrive utilizzando il WhatsApp della mamma, mi racconta cosa è successo a scuola, e così via…

È stato davvero un momento di grande emozione, che ci ha permesso di tornare a pensare concretamente al domani: questi ragazzini così speciali sono il nostro futuro e in un momento così difficile devo dire che Leonardo ci ha trasmesso un grande entusiasmo e regalato un grande sorriso.

Inevitabilmente, i cambiamenti nella quotidianità dovuti alla pandemia da Covid-19 hanno modificato le attività dell’Osservatorio. Ci racconti come è stata organizzata l’attività?

La pandemia ha cambiato in maniera drastica il nostro approccio lavorativo: ci siamo dovuti confrontare con quello che stava avvenendo fuori e abbiamo dovuto prendere tutte le contromisure del caso. Devo dire che la grande professionalità di tutti i colleghi ci ha permesso di affrontare questo periodo nella maniera migliore possibile. In particolare, io sono profondamente orgogliosa del fatto che lo scorso anno, circa un mese dopo la dichiarazione del lockdown a livello nazionale, abbiamo fatto in modo che la Sala di Monitoraggio fosse sempre controllabile anche da remoto e che potessimo fare turni anche a distanza. Questo è stato fatto anche nelle altre Sale di Sorveglianza dell’INGV a Roma e Catania, quindi credo che sia qualcosa di cui tutto l’Istituto debba andare fiero: sapere che, qualunque cosa fosse successa, saremmo stati in grado praticamente da ovunque di poter controllare le aree vulcaniche napoletane è stata per noi una bella vittoria e una grande soddisfazione.

Laboratorio OVPer il resto devo dire che in una certa maniera ci siamo “abituati” a questa situazione: all’inizio naturalmente con un po’ di riluttanza, ma con il passare delle settimane e dei mesi alcune cose sono diventate routine. Penso, ad esempio, al parlarci da lontano con le videoconferenze che ormai facciamo continuamente per scambiare qualunque tipo di informazione. In effetti non c’è mai stato un momento in cui le relazioni fra di noi si sono interrotte, grazie alla tecnologia ma grazie soprattutto alla nostra volontà di continuare a condividere tutto quello che stavamo facendo. Non abbiamo mai mancato un appuntamento con i nostri bollettini, le nostre attività di misura sono state sempre realizzate, non abbiamo smesso di fare le cose che facevamo prima e che continuiamo a fare anche oggi per definire in maniera sempre più accurata lo stato dinamico dei nostri vulcani. È cambiato un po’ l’approccio, ma devo dire che tutto è stato fatto sempre con la migliore disposizione da parte di tutti, segno a mio avviso di grande professionalità e senso di responsabilità da parte dei colleghi.

Qual è il tuo auspicio per il futuro dell’Osservatorio?

Il mio auspicio per il futuro è che possano arrivare sempre più giovani a lavorare con noi su questi temi, che sono interessantissimi sia dal punto di vista scientifico che per i risvolti che hanno nel sociale. Infatti i vulcani napoletani, il Vesuvio e Campi Flegrei, sono gli unici vulcani attivi in Italia per cui esistono dei piani di emergenza nazionale di Protezione Civile, che si attiverebbero nel caso in cui la loro attività dovesse tornare ad essere più ‘importante’. Questo ci carica di una grande responsabilità: abbiamo un ruolo ben definito all’interno della catena di attività che devono essere svolte in caso di emergenza. Tutto ciò si può sostenere soltanto con le conoscenze scientifiche e soltanto se queste vengono continuamente alimentate anche dall’apporto delle giovani menti, magari formate da poco ma piene di entusiasmo, che si affiancano a chi invece ha già una grande esperienza alle spalle.

Io penso che questa sia la vera ricetta anche per poter sconfiggere le paure dei cittadini relativamente ai nostri vulcani: sembra una cosa banale, ma in realtà abbiamo iniziato ad accogliere da poco nuovo personale, direi dal 2016-2017, e al momento purtroppo sono ancora di più le persone che vanno in pensione rispetto ai nuovi assunti. Ecco, mi piacerebbe che la strada del futuro invertisse un po’ questa tendenza.