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24 Marzo 1944 un giorno che non si dimentica mai

Il Vesuvio si svegliò alle cinque di notte, con forti boati; noi tutti di famiglia dormivamo, mio padre si alzò e discendendo le scale che portavano al piano terra avvertì sotto le pantofole i granelli di lapillo. Arrivato nel piazzale, vide che c’era gran silenzio, pensò che la pioggia di lapillo era scesa dal cielo tra le quattro o le cinque di mattina. Mio padre salì di sopra e svegliò le mie sorelle più grandi dicendo loro di accumulare il lapillo e conservarlo in un angolo, che in seguito ne avrebbe fatto, mischiando al cemento, una bella pavimentazione dell’area che recintava la nostra casa, lo spazio era molto, un quindici metri di larghezza per una trentina di lunghezza.

Tornò la calma, papà ridendo disse che era stato uno scherzo del Vesuvio, ma si sbagliava! Perché verso le nove incominciò una forte pioggia di lapillo ancora caldo e dal Vesuvio provennero boati fortissimi. Noi più piccoli eravamo impauriti, papà ci assicurò che non c’era pericolo per noi ma ci proibì di uscire fuori. Radunò le nostre sorelle più grandi e con scope, pale e palette salì sul tetto delle stanze a spalare il lapillo temendo che il peso l’avrebbe fatto crollare.

Per cinque sei ore la pioggia di lapillo non cessò, nemmeno per un attimo.

Tornata la calma erano tutti stanchi e distrutti, si pensò di preparare da mangiare. Eravamo otto figli ed orfani di madre, mentre stavamo mangiando tutti impauriti, il cielo si oscurò, erano ormai le cinque di pomeriggio, incominciò a piovere cenere per qualche ora, per una decina di centimetri, il lapillo che da nero diventò grigio.

Abitavamo sulla strada nazionale [Pagani]. Nell’aria c’era un rumoroso silenzio, la strada coperta con oltre 30 centimetri di lapillo non si poteva attraversare.

Alcune ore dopo con pale meccaniche tipo spazzaneve, fecero spazio al centro della strada, ammucchiando [quello strato di lapillo] a destra e sinistra del marciapiede.

Mio padre era un giardiniere, coltivava oltre a cinque moggi di terra, uno nostro affianco alla casa, e gli altri quattro delle sorelle di nostra madre. Il giardino era stracolmo e tante piante da frutto fiorite. Non appena arrivò alla terra ebbe un colpo al cuore, tutti gli alberi non avevano più una foglia.

Tornata la calma papà chiamò i maestri potatori, questi poi non usavano le cesoie ma solo serra e serracchio. Dopo raccolto tutto il legno della potatura, fece zappare la terra e con grande dolore il lapillo era dove trenta [cm], dove 25, a parte anche 20 secondo come la corrente li portava, quando gli operai zappavano con più profondità per portare a galla la terra buona trovavano uccelli, rospi, lucertole, tutti morti, a vederli facevano una grande pena. Per tre anni non si pagò la fondiaria.

Dopo pochi giorni del lapillo papà ci portò a vedere lo spettro delle piante quasi morte. A me, che allora avevo circa quindici anni, guardando gli alberi senza foglie ai miei occhi sembravano  piangessero insieme a me camminando [lungo] il terreno [e] arrivando ai limiti della nostra proprietà c’era un albero di mandarino quasi secco già prima del lapillo, alzando gli occhi, con grande meraviglia mi misi a strillare chiamando Papà, e i miei fratelli e sorelle corsero tutti preoccupati per me, grande fu la meraviglia, l’unico ramo di questo mandarino era germogliato sotto, verso terra, dove il lapillo non poteva colpire, un rametto con foglie e alcuni mandarini verdi, ancora acerbi, papà a quella vista quasi piangeva di gioia. Papà chiamò il nostro vicino di terra e si fece promettere di dire ai suoi figli di non toccarli.

Al ritorno a casa, strada facendo, ci spiegò dell’arca di Noè, quanta gioia del ritorno della colomba con il rametto di ulivo nel becco, fu un augurio di una nuova vita dopo il diluvio. Con gli anni gli alberi si ripresero e tutto continuò come prima.

Scusatemi di questa memoria, sono passati circa 70 anni e la mia memoria vacilla un pochino.

Sforza Francesca

Nata a Pagani (SA) il 13 marzo 1929 e residente a Pagani.

Testimonianza scritta di proprio pugno dalla testimone e inviata il 2.2.2012 da suo figlio, Dott. Mario Ascolese, Via Carlo Tramontano 56, Pagani (SA).